mercoledì, 19 luglio 2006
author: quindicinale @ 23:57
category: droga
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Elena Ch. Mitrani, l'autrice di questi 15gg., ha 21 anni e vive a Monza. Studia all'Università una materia incomprensibile come può essere qualsiasi cosa che include la parola Policlinico di Milano, ha un tatuaggio all'interno della caviglia sinistra, si trucca gli occhi di nero. Se le chiedete qual è la sua passione risponde pensare, subito dopo scrivere.




COCAINE ME - di Elena Ch. Mitrani




Ho sempre desiderato essere anoressica. Ho sempre desiderato essere Kate Moss. Cioè, io non sono alta, anzi, si può dire che con il mio metro e sessantatrè centimetri io sia bassa. E non sono mai stata magra, ho un sedere un po’ tondo e una pancetta morbida. Però ho sempre desiderato avere le ossa delle anche sporgenti. Ho tentato di conseguire quest’ obiettivo in tutti i modi possibili, ma non sono mai riuscita a diventare anoressica, per quanto mi sforzassi. C’ erano giorni in cui non mangiavo niente, dicevo apposta a mia madre che mi fermavo a studiare in biblioteca per evitare di mangiare a casa, perché se lei faceva la pastasciutta non riuscivo a dirle di no e a non mangiarla, e allora andavo in biblioteca e poi, anziché spendere i miei soldi per il pranzo, prendevo solo una tazza di caffè e un pacchetto di Winston Blu, sostentandomi a sigarette anziché a cibo. La sera tornavo a casa e avevo un folle mal di testa, ma non attribuivo mai ciò alla fame, casomai alla stanchezza. Così, dicevo a mia mamma che ero stanca, e andavo subito a dormire, riuscendo in questo modo anche ad evitare la cena. E, quando uscivo con gli amici, lasciavo che fossero solo loro a mangiare e prendevo solo da bere. La sensazione della birra che ondeggiava nel mio stomaco vuoto era così affascinante… un po’ come vedere la mia ombra che non camminava dritta.


E, con i miei mal di testa, avevo imparato a convivere. E tutto questo, per diventare Kate Moss. Passavo le ore libere su internet a cercare foto di Kate Moss, delle pubblicità più belle. Le mie preferite erano quelle per i profumi di Calvin Klein e per gli occhiali di Dior. Cercavo di immaginare che quelle stesse foto le facessero a me, e anch’ io volevo essere un po’ così, emaciata e in bianco e nero, espressiva ma quasi malata. Volevo essere così, mi stampavo quelle foto e le appendevo sul mio armadio, e presto tutte le immagini di Kate avevano sostituito nella mia stanza le foto di me bambina, le foto di me con i compagni di scuola, le foto di me in vacanza con gli amici, presto le foto di Kate avevano coperto tutta la parete sopra il mio letto.


Ce n’era una frontale, in cui Kate Moss si sporge all’ indietro, lasciando in primo piano davanti all’ obiettivo le ossa delle sue costole che sporgono dal ventre piatto come la pelle di un tamburo. Non sapevo quanto avrei dato per avere anch’ io una pancia così. Avrei dato mia madre e i suoi fianchi robusti, avrei dato gli occhi tondi e azzurri del mio fratellino, e i suoi capelli biondo cenere, avrei dato le braccia stanche di mio padre, e il sorriso delle mie amiche, avrei dato la mia anima ormai inutile e forse, addirittura, l’ ultima sigaretta, quella di quando hai voglia di fumare e poi guardi il pacchetto e vedi che è lei sola e dici Cazzo, solo una… Chiaramente, ho iniziato a fumare perché tutte le foto di Kate Moss in cui lei fuma, la fanno apparire più sexy. Mi sedevo a fumare sul pavimento freddo del bagno, guardando giornali con le pubblicità di Kate Moss, e mi guardavo la pancia, nell’ attesa isterica di diventare come lei. Poi, qualche volta, di notte mi alzavo, con i crampi allo stomaco, e come in trance cominciavo a mangiare, a mangiare mangiare mangiare.


Nella luce opaca del frigorifero aperto nella cucina vuota e buia, prendevo tutto quello che mi capitava sotto mano: fette di prosciutto, pezzi di formaggio, merendine di mio fratello, pasta avanzata e messa in frigo già condita per essere scaldata il giorno dopo, frutta a caso con ancora la buccia. Cominciavo a divorare queste cose come in preda a una mania luciferina, le ingurgitavo rapidamente, e sentivo quel buco nello stomaco riempirsi, dolorosamente. Poi bevevo litri d’ acqua, tentavo di sedermi di nuovo in bagno a fumare ma non ci riuscivo, perché il sapore misto dolciastro e salato che sentivo in bocca, mi impediva di riuscire a tenere tra le labbra la sigaretta col suo sapore di fumo, e accasciandomi in bagno, vedendo il mio volto stralunato nello specchio, con sotto gli occhi i segni di un trucco mai cancellato dal giorno prima e dal giorno prima ancora, osservavo con rabbia che dopo aver mangiato così tanto, il mio ventre prominente e stramaledettamente morbido sporgeva ancora, dall’ elastico dei pantaloni del pigiama, e scoppiavo in un pianto isterico e poi, con le guance ancora rigate da quel pianto silenzioso, e coi singhiozzi a squassarmi il torace, mi sedevo sul letto, e vedevo il viso severo di Kate Moss. Le labbra serrate, gli occhi fissi e decisi. “Tu non vai bene.” Sembrava dirmi. “Tu non vai bene” diceva mia madre quando la mattina mi alzavo per fare colazione, la vestaglia strappata, le ciabatte rattoppate, e lei era lì, in piedi davanti al frigo, anche lei con una vestaglia di spugna grossa, il viso ciccioso, le mani tozze. Mi indicava per terra e diceva “Guarda cos’ hai fatto.” E per terra c’erano briciole, pezzi di croste di formaggio e striscioline di unto, orrido grasso di affettato, macchie di sugo, pezzettini di carta stagnola.


I segni evidenti del mio furtivo ed enorme spuntino notturno. “Quante volte te lo devo dire che è inutile – diceva – è inutile che fai la dieta e non mangi la pasta e il pane, e mi dici bugie sul fatto che mangerai fuori quando invece poi mi svuoti il frigo di notte? E ora che cosa do io a tuo fratello da mangiare nell’ intervallo a scuola? E cosa lascio da riscaldare a tuo padre quando torna dal turno di notte e vuole mangiare il suo piatto di pasta? Non mi mentire – diceva, e avvicinava il suo volto al mio – Il tuo bagno puzza sempre troppo di fumo. Non posso neanche più metterci la roba a stendere.” Detesto la gente che mi parla mentre sto facendo colazione. Alla mattina, io sono antipatica. E non voglio parlare con nessuno. Né tantomeno con mia madre, ultracinquantenne in carne e soprattutto ora in vestaglia, priva della minima grazia, che non capisce quanto essere anoressici sia importante nella nostra società, specialmente per un’ adolescente.


Tanto io lo sapevo, il tempo di mandare giù il latte, e poi tutte le cose ingurgitate nella notte, avrebbero cominciato a farsi sentire, e mi sarebbe bastato cacciarmi un dito in gola per vomitare tutta questa repentina cena nel mio cesso, e poi lavarmi i denti, ritruccarmi, e scendere per andare a scuola. “Lasciami stare – le dicevo – Io so quello che faccio.” E pensavo: “Io devo diventare come Kate Moss”. “Se non fosse perché ora ho fretta…” diceva mia mamma, agitando un dito nell’ aria. Poi usciva, la cintura della vestaglia non legata se ne andava in giro sbattendo contro i mobili, nel corridoio. Finivo di mangiare e poi andavo in bagno. Mi inginocchiavo davanti al cesso in attesa di vomitare. Mi schiacciavo la pancia, la mia brutta pancia grassoccia. Sputavo uno sputo bianco. Mi impegnavo con tutte le mie forze, contraevo i muscoli del bassoventre, ma niente. Provavo a fumare, per suscitare un effetto rigetto, ma niente. Non riuscivo a vomitare, cazzo. Non ero ancora diventata anoressica. Me ne dispiacevo, lavandomi i denti con negligenza.


Poi andavo in camera per vestirmi, e davanti allo specchio piangevo di nuovo nel vedermi così tonda, davanti alle foto di Kate che mi guardava con disappunto e diceva “Tu non vai bene.” Prima di uscire, poi, mi chinavo sulla foto più bella, la più grande che avevo appeso e, posando le mie labbra sulle labbra di Kate Moss la salutavo. “Ciao”, le dicevo,poi uscivo, in una nuova giornata fredda, calda, grigia, uguale. Qualche giorno fa sono tornata a casa, sono entrata in camera mia, e l’ ho trovata spoglia. I muri, di nuovo bianchi. Gli armadi, lisci e puliti. Ho mandato uno strillo. “Mamma! Cazzo! Che cazzo hai fatto!” ho urlato. Aveva tolto tutte le mie foto di Kate Moss. Aveva rovinato quel collage che minuziosamente avevo messo insieme, quell’ arabesco di immagini che ormai erano parte integrante della mia stanza. “Guarda, stupida, vieni a sentire – mi aveva detto mia madre puntando il dito alla televisione – Guarda la tua modella cosa fa.” Con aria incazzata, mi ero messa davanti alla tv. C’era un video che faceva vedere Kate mentre preparava piste di cocaina, in uno studio discografico, con il suo ragazzo e degli amici. Fumava, sniffava e rideva, con una minigonna pazzesca e degli stivali pazzeschi e dei capelli pazzeschi e tutto il resto, e una faccia esaltata ma bellissima.


E scorrevano immagini della copertina del Daily Mirror con su scritto Cocaine Kate e la voce nel commento la criticava e la accusava. Ho guardato mia madre e le ho detto: “E allora? Non è mica solo lei che lo fa, nel mondo della moda…” Lei si è incazzata e ha iniziato a urlare che No, io non potevo avere come idolo una donna del genere, e se lo sapevo che lei aveva una figlia e se mi sarebbe piaciuto avere una madre drogata, e che ormai ero grande ed era ora di smetterla, sì, di smetterla con tutte quelle foto di lei in camera mia e con questa storia che io volevo essere come lei e che non mangiavo di giorno ma poi mangiavo di notte e fumavo per vomitare, perché mi sarei ammalata, sì, mi sarei ammalata e forse sarei morta, e che stavo facendo star male di cuore tutti quanti. Non ne potevo più, non la riuscivo ad ascoltare, ho preso e me ne sono andata dalla cucina, nel bagno, dove ancora custodivo le mie riviste con le ultime foto di Kate che ancora mia madre non era riuscita a strapparmi via.


La guardavo e le dicevo “Tu non ti arrendere, perché anche se ora punteranno tutti il dito su di te come quella vecchia palla rigonfia di mia madre, anche se ora passeranno il tuo video alla Tv e i falsi moralisti godranno alle tue spalle, sarai sempre tu la migliore, sarai sempre tu la più bella”. Piangevo. La mia pancia era ancora tonda, e volevano mettere in galera la mia Kate. Volevano toglierle la sua bambina e, ciò che era più grave, tutti i suoi sponsor. Ipocriti, io sapevo che quando sarebbe uscita dallo scandalo e sarebbe tornata, facendo finta di essere diventata normale, non più drogata, in realtà ancor meno l’ avrebbero voluta per le pubblicità, perché ormai doveva tutto il suo fascino proprio al suo essere bella e dannata. Sono tornata in camera, mi sono sdraiata sul pavimento. E ho pensato a che fare. Ora che lei non era più Kate Moss, ma Cocaine Kate, dovevo pensare a che fare.


Ho iniziato a scorrere la rubrica del cellulare, ho capito in un lampo qual era il numero giusto da fare. Tenendo il telefonino tra la spalla e l’ orecchio, ho preso la borsa e ho iniziato a frugarci dentro, ho trovato le sigarette e ne ho accesa una. Poi ho preso il portafogli e ho iniziato a contare i soldi. Sì, i soldi li avevo, i miei soldi guadagnati dando ripetizioni a un bambino di dieci anni con le lentiggini e gli occhiali. Mi sono sentita esattamente come quando avevo letto che Kate Moss era bisessuale e stava con la moglie di Jude Law, e mi ero convinta che l’ unico modo per essere come Kate Moss era diventare lesbica, cioè diventare bisessuale per poi diventare anche anoressica, e avevo infilato la lingua in bocca alla mia migliore amica, e lei dopo non aveva voluto parlarmi mai più. Cazzate, secondo me le era anche piaciuto. Il telefono squillava e poi “Pronto?” Il mio interlocutore aveva risposto. Ed eccomi, eccomi qui mentre sto finalmente raggiungendo la perfezione di Kate, eccomi qui mentre, con movimenti studiati dal suo video, che ho scaricato da internet, arrotolo una banconota da venti euro e tiro su la prima striscia. Cinque strisce in quaranta minuti, è il suo record. Inspiro, sono tranquilla con me stessa perché oggi non ho mangiato.


So che ce la posso fare.