mercoledì, 21 giugno 2006
author: quindicinale @ 18:52
category: pseudo-riflessioni
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Iniziamo con Polpette di Gianluca Colloca, autore romano. Il racconto esprime una metafora di vita attraverso l'olio fritto del Burger King ed è nella raccolta di TerraNullius.it "Al di là del Fegato" che trovate in libreria e che potete scaricare gratuitamente dal sito www.terranullius.it.

POLPETTE - di Gianluca Colloca

Smessa l’università ho iniziato a lavorare da Burger King. Tanto per avere qualche soldo da parte e fare un viaggio o cose del genere, e comunque molti laureati che conoscevo lavoravano nei fast food. A concludere o meno gli studi non avevo poi tanto da guadagnarci. Il direttore mi accolse con grandi pacche sulle spalle, al colloquio. Anche il primo giorno di lavoro le cose sembravano andare bene. Mi spiegarono cosa avrei dovuto fare con grande cortesia e larghi sorrisi. A casa notai come i miei vestiti odorassero in modo strano: un misto di polpette, grasso, fritto ed esaltatori di sapidità.

In due settimane imparai un sacco di cose, più che in tre anni all’università. Ma non poteva durare. Per andare a pisciare bisognava chiedere il permesso al caposala. Dovevamo usare delle parole inglesi per parlare di noi e dei nostri ruoli. Ero obbligato a sorridere alla gente che si presentava alla cassa. Per essere trasferito in cucina dovetti presentare domanda scritta, sulla quale annotai diligentemente la motivazione: odio le persone.

Per qualche giorno mi sembrò di stare meglio, senza il contatto col pubblico. Ma tutto il resto non era scomparso. Più di tutto, soffrivo l’odore delle polpette. Lo sentivo ovunque. Le mie narici erano assuefatte come quelle di un cocainomane di lungo corso. Non percepivano altro che odore di fast food. Anche al cinema, anche mentre camminavo per strada. Una volta mi ritrovai sull’autobus accanto a un uomo decisamente sudato. Si reggeva al corrimano in alto e la sua ascella, come fossimo in una pubblicità di deodoranti, era a venti centimetri dal mio viso. La sua ascella odorava di polpette. La notte dormivo e sognavo di cucinare polpette, di mangiare polpette, di distribuire polpette ai passanti, di usarle come panno per la casa, come porta, macchina, ufficio postale, stazione.

Quando mi svegliavo e mi preparavo un caffè, il caffè sapeva di polpette. La panna di ketchup e i biscotti del Mulino Bianco di cetriolini. Era il momento di finirla. Un mio amico faceva l’Erasmus a Friburgo, e mi invitava da tempo. Gli scrissi una mail per annunciargli il mio arrivo, quindi andai a licenziarmi. Tre giorni dopo ero in Germania. L’odore delle polpette mi inseguiva lungo l’autostrada, ma il pullman sembrava essere abbastanza veloce da seminarlo. Freiburg. La città della libertà. Cosa chiedere di meglio per farla finita col passato e colle polpette. Sono rimasto due mesi ospite del mio amico. Andavo alle feste e conoscevo gli altri studenti. Ho imparato a vivere in un paese straniero senza avere nessuna voglia di imparare l’idioma locale. Davo una mano in casa e andavo a fare la spesa al Plus, il supermercato degli studenti, degli operai e delle famiglie con l’assegno sociale. Sapevo rendermi utile. Una volta che hai cucinato delle polpette puoi cucinare qualsiasi cosa, specie in un paese sassone.

Trovai un lavoro alla VW e potei permettermi di affittare una stanza tutta per me. In fabbrica mi accolsero con grande cortesia e larghi sorrisi. Mi dissero delle cose che non capii. Il non parlare o capire il tedesco non avrebbe danneggiato la mia carriera nell’industria automobilistica. Dovevo soltanto starmene seduto mentre davanti a me scorrevano dei bulloni oblunghi. Se ne vedevo uno con delle imperfezioni, lo prendevo e ci davo dentro con la carta vetrata, quando si poteva, altrimenti lo eliminavo.

Lavoravo tre notti a settimana e mi pagavano bene. Era tutto molto silenzioso e pulito. Solo ogni tanto, nelle lunghe ore a fissare il nastro trasportatore, mi sembrava di sentire odore di polpette, ma cercavo di non farci caso. Poi mi sono innamorato di Pauline. Una delle prime sere che l’ho vista gliel’ho detto, “ti amo”, anche se lei non ha capito e io ero ubriaco. Tempo dopo gliel’ho ripetuto, da sobrio, e lei ormai aveva appreso qualche rudimento d’italiano.

Sono state settimane bellissime. Poi non so. Abbiamo iniziato a fare dei progetti. Io sorridevo. Mi sono immaginato a lavorare alla Volkswagen notti e notti e notti e mesi e anni, e tutta una vita a fare la spesa al Plus.

Qui nevica spesso, nelle notti d’inverno, e la mattina la neve odora di polpette. C’è un mio amico che sta facendo l’Erasmus a Brighton, ed è da tempo che mi invita ad andare a trovarlo. Ieri sera gli ho scritto una mail per dire che sto arrivando. Poi ho preparato la valigia. Non sono andato al lavoro. Tanto ho avuto l’ultima paga l’altroieri. Adesso sono alla fermata dell’autobus. Solo. Non c’è nessun altro. È ultrapresto. O antitardi. Il sole non è ancora sorto. Fa freddissimo.

Stanotte ha nevicato, e la neve odora di polpette, ma meno del solito. Spero non ci siano problemi sull’autostrada, o ad attraversare la Manica. Spero che arrivi subito l’autobus per la stazione dei pullman. Qui di solito sono puntualissimi. Gli orari a ogni fermata. Anche della corsa più mattutina, la più ultrapresto e antitardi. Delle ore 5.17. Guardo l’orologio: 5.19. Strano ritardo. Forse è la neve. O un segno del destino. Ho sempre paura di vederla spuntare dallo studentato, Pauline. Guardo verso la sua finestra. Luce spenta, serranda abbassata. 5.21. Se Pauline spunta fuori adesso cosa le racconto. Poi da Brighton le mando una mail, con calma. Le spiegherò tutto. Che bisogna finire e ricominciare da capo, a un certo punto. Ogni volta.

Che bisogna scappare dalle polpette, per tutta la vita.