Flavia PiccinniAdesso tienimi
(Fazi Editore, € 12)
Su Music Club è uscita una bella recensione e intervista a Flavia Piccinni. La pubblichiamo integralmente.
L’esordio di Flavia Piccinni è il cazzotto fra i denti, il pugno nello stomaco, il calcio nelle palle. Insomma, quello di più tremendo e forte, e allo stesso tempo desiderabile, che vi viene in mente. Può essere la vostra donna che decide di lasciarvi per un’altra donna, un ulteriore rincaro alla benzina o l’incubo peggiore che avete da quando eravate alle elementari. Qualcosa, scegliete voi cosa, che abbia il potere devastante della naftalina e le abilità ammaliatrici di caramelle gommose, pop corn al formaggio e sigarette americane. Sono poi proprio questi tre elementi a fare da colonna portante del romanzo fin dall’incipit, che è una vera e propria dichiarazione di guerra. Per quelle guerre lunghe, tremende, pesanti che vengono combattute contro la vita. Contro tutto. soprattutto se stessi. E Martina, la protagonista del romanzo, non si risparmia. Vuole soffrire, vuole sanguinare, espiare la sua colpa che è quella di una donna lasciata sola, che si è fatta scappare l’uomo della vita. Solo la lettura aiuterà a capire quella relazione, a tratti d’amore e soprattutto d’odio, fra Martina e Vianello, professore sposato e violento, che la conquisterà con ceffoni e orecchiette cacio e sugo. La lettura racconterà poi anche della devastante situazione di Taranto, capoluogo di provincia pugliese, indebitato e meraviglioso, e della sua gente, troppo concentrata su se stessa per guardarsi intorno e troppo omertosa per fare denunce. La lettura è però soprattutto sofferenza, la sofferenza di Martina quando nel santuario inviolato della sua adolescenza fa irruzione la morte, nella forma più abbietta e deprimente, portandosi via il suo grande amore segreto, Vianello. Come se lo porta via? Con un colpo di pistola che, lui stesso, si spara. In testa, in bocca, al cuore. Poi bum. E inizia così, in modo che è pura crocifissione, il crollo di Martina che rischia, fra colpi di coda e imbarazzanti riprese, di rimanere sotto le proprie macerie. Con l’ansia che galoppa e il cuore in gola, Martina prova a percorrere la città in lungo e in largo, carambola in birrerie, ippodromi, stadi di calcio, si collega compulsivamente con eBay, si ossessiona con le spille e gli anelli Hello Kitty di Tarina Tarantino, ma cerca soprattutto di morire nei riti collettivi della sua città, che non fanno altro che alimentare il ricordo di quell’uomo, di quell’amore, di quell’amante. Ma niente e nessuno riesce a farle dimenticare la sua pena, a distrarla veramente. Nella testa di Martina rimbomba ancora giorno e notte il colpo di pistola. La Piccinni, con questo esordio aspro e malinconico, racconta la vita di un’adolescente che ha vomitato su Moccia, riso sui film generazionali e si è riappropiata della sua vita di essere pensate, anche se poco più che maggiorenne. La Piccinni non si vergogna a parlare di morte, di sofferenza, di violenza sulle donne, su una città e non si limita a dettagliate, ma passive descrizioni. Le sue parole sono lame affilate. Il suo pensiero è violento come solo chi conosce cosa è la sofferenza e fa finta di nasconderla anche a se stesso, senza riuscirci, può fare.
Avevi già parlato di morte nell’antologia “Nulla è per sempre – 59 ultimi respiri” (Giulio Perrone Editore, 2006). Come mai una ragazza giovane affronta così spesso un tema del genere?
“Adesso Tienimi” è molto diverso dall’antologia. Erano diversi proprio i presupposti per entrambi i libri. Per la raccolta c’era il desiderio di fondo di rompere un tabù – esaminare chirurgicamente la morte - e di riunire giovani voci, giovani scrittori che mi affascinavano. “Adesso tienimi” invece è una storia, la vita di una ragazza che non riesce a raggiungere un equilibrio e si trova ad un passo dal baratro, ma non ha paura di precipitarci. Sono affascinata dalle storie di limiti, di vite spezzate.
Grande spazio è dedicato al mondo della scuola, dove dei professori tremendi e saccenti si approfittano degli studenti.
La mia personale esperienza scolastica è stato un calvario. Se non per quello che è toccato direttamente a me – e ti posso giurare di averne passato -, per quello che ha coinvolto persone cui volevo molto bene. Gli insegnanti spesso non si rendono conto dei danni che possono fare abusando del loro potere. Ci sono alunni bulli ma soprattutto professori bulli. Peccato che i filmati in cui gli insegnanti umiliano, deridono, si approfittino dei ragazzi non riscuotano molto interesse.
Adesso tienimi è duro e doloroso. Come mai hai scelto di raccontare una storia così netta?
Non credo di aver scelto di raccontare questa storia. E’ stata una strana alchimia di relazioni violente, amori che finiscono in suicidio, abbandoni, sofferenze scolastiche e autoflagellazioni. E poi Taranto, che credo sia la vera protagonista.
Per Martina, la protagonista del romanzo, la sofferenza è una cosa che non si supera, quasi una compagna da cui non si vuole staccare. Perché questa scelta?
Martina capisce che ci sono lutti che non si possono elaborare. Sofferenze che, anche con il tempo, non si affievoliranno e potranno solo ingigantirsi, fino ad inghiottirla. Lei scegli di non combattere, sceglie di non affrontare il suo dolore, ma semplicemente si abbandona alla malinconia. Ed è una malinconia dell’anima, che la porterà a disintegrarsi, a morire.
Nel tuo libro citi spesso gli 883. Sei una loro fan? Che musica ascolti?
Adoro gli 883. Certo, ascolto molto punk e alternative, ma conservo sempre il ricordo della musica degli 883. È legato alla mia infanzia, come alla maggior parte di quelle di giovani nati fra la metà degli anni ottanta e novanta.
L'incipit
«Sono nata a Taranto. 500 milioni di debiti e 90,3% della diossina che uccide l'Italia. Vivo in Via Cagliari 23/A, in una villetta bianca con il cancello in ferro battuto arrugginito. Fumo due pacchetti di Chesterfield blu al giorno, mangio solo caramelle gommose senza zucchero e popcorn al formaggio. Nel tempo libero guardo la televisione o piango. Ho due amiche, Iolanda e Giulia. Avevo un fidanzato, prima che si ammazzasse».




